Il fondatore dell’horror moderno nasce a New York da padre cubano e madre lituana nel 1940. Dopo il diploma gira alcuni cortometraggi, palestra dei grandi registi dell’epoca, e  con alcuni amici crea una piccola casa di produzione indipendente. Nel 1968 raccoglie ben 10.000 dollari che gli consentono di girare il film che rivoluzionerà il cinema horror: Night of the living dead.

night of the living dead di romero

Per capire l’impatto di questo film sul pubblico e sulla critica dell’epoca, bisogna ricordare che cos’era il cinema horror fino a quel momento: l’attrazione più paurosa del Luna Park. Era intrattenimento leggero, qualche brivido e nulla più. Con ciò non voglio dire che non esistano film di alto livello, basti pensare al grande cinema di Bava, voglio dire solo che il cinema horror non aveva altri obiettivi che quello di distrarre il pubblico dai problemi quotidiani. Questo a grandi linee. La svolta operata da Romero con questo film è duplice. Da un lato, sul piano dell’immagine, il regista americano mostra uno zombie completamente diverso da quello che si conosceva fino ad allora. Lo zombie di Romero è lento come lo zombie del voodoo, pallido come lui, ma non è uno schiavo, è padrone di se stesso, della sua fame inestinguibile e sorda a ogni altra cosa. Lo zombie di Romero mangia carne umana e non si ferma mai. Il regista ce lo mostra in tutta la sua efferatezza: corpi smembrati, morti viventi nudi o seminudi che fanno a pezzi i loro parenti e li divorano, uomo mangia uomo. Sul piano invece dei contenuti Romero osa introdurre nell’horror l’elemento politico-sociale, che fino ad allora era riservato al cinema d’impegno, al dramma ecc. La trama è semplicissima, così come è semplice la regia e la messa in scena. Romero è un regista che non ama i complessi movimenti di macchina o il montaggio elaborato, la ricerca della semplicità gli serve per nascondere la regia. Le recensioni dei critici paludati possono essere riassunte così: dove andremo a finire?

Il film tra clamori, denunce, appelli alla censura non ha grande successo al botteghino. Il bianco e nero, lo stile dimesso, i pochi mezzi non attirano il pubblico nelle sale. L’insuccesso economico e le stroncature dei critici saranno una costante della carriera del grande maestro, il che ci induce a ritenere che se il pubblico non capisce quasi mai niente, i critici non capiscono mai.

the crazies romero

Dopo un paio di film trascurabili, Romero torna con un altro insuccesso di successo: The crazies, 1973. Qui siamo alle prese con un’epidemia indotta da qualche arma batteriologica militare sfuggita al controllo. Questo film, a differenza de La notte dei morti viventi, non ha veri e propri protagonisti, in campo vi sono due categorie: civili e militari. Ma non sono contrapposte nel senso di bene e male. Per Romero non ci sono buoni in questo film, i civili sbagliano, i militari, ritratti come assassini criminali, sbagliano ancora di più. Se nei film sugli zombie il vero mostro è l’uomo, in questo film appare evidente che il mostro è il potere con le sue ciniche scelte che sacrificano vite umane e civiltà al mantenimento di se stesso.

martin

Un altro film di capitale importanza nella cinematografia di Romero è Martin (1977).  Il film affronta il tema del vampirismo dissacrandolo. Martin non è un vampiro ma viene convinto a diventarlo dal vecchio folle cugino che lo ospita. Così il giovane psicopatico, manipolato dal cugino fanatico religioso, va in giro a sedare le donne con una siringa e poi, con una lametta, incide le loro braccia per poter bere il sangue in tutta tranquillità. Il film è tra i preferiti dal regista, girato con pochi mezzi, sporco, con attori non appariscenti, sembra voler manifestare l’idea di un’umanità alla deriva in balia della follia, della superstizione, delle sue mistificazioni religiose e politiche.

dawn of the dead romero

L’anno dopo Romero gira il film che rappresenterà il suo più grande successo di sempre al botteghino: Dawn of the dead. Il secondo capitolo della sua trilogia sugli zombie ritrae ancora una volta un piccolo gruppo che tenta di sopravvivere alla catastrofe. Il rifugio però non è più la casa di campagna e gli invasori non sono solo gli zombie. L’elicottero con il quale fuggono dalla città invasa dai morti atterra su un centro commerciale in periferia. Una specie di paradiso terrestre. Una volta liberato dai pochi zombie e chiuse le porte, il rifugio sembra inespugnabile e perfetto. Ogni cosa è alla portata: cibo, tecnologia, armi, lusso, divertimenti. Ma il loro eden è violato da una banda di motociclisti attratta da tutto quel ben di dio. Così cadrà l’ultimo paradiso terrestre in un’orgia di sangue e l’unica superstite dovrà fuggire ancora con l’elicottero in un mondo dominato dai morti.

Il film è ovviamente una pesante critica della civiltà dei consumi e chiarisce ancora meglio che il mostro è l’essere umano con il suo egoismo, la sua sete infinita di superfluo e di prevaricazione. Gli zombie sono innocenti, sono mossi solo dalla fame, nient’altro. Due scene in particolare sono da sottolineare senza commento ulteriore perché l’immagine è chiara, netta, non abbisogna di ulteriori parole. Prima di approdare al centro commerciale, i tre personaggi, facendo rifornimento all’elicottero, si imbattono in un gruppo di  folli civili armati, dei veri e propri redneck. Organizzano grotteschi barbeque e vanno in giro con i fucili a uccidere gli zombie. Lo fanno con gusto, come fosse un divertimento, e come se invece di sparare a zombie sparassero a persone in carne e ossa come in effetti è. Si collega questa scena al finale della Notte dei morti viventi quando l’uomo di colore, l’unico sopravvissuto all’assedio della casa, si aggira per le rovine barcollando per la stanchezza, ricoperto di polvere di intonaco e viene ucciso dai volontari armati che battono le campagne. Una satira dell’uomo medio americano strepitosamente efficace.

L’altra scena cult è all’interno del centro commerciale nella zona dei negozi d’abbigliamento. I protagonisti tentano di sfuggire agli zombie che sono entrati a causa dell’irruzione dei motociclisti. Il montaggio confonde volutamente le idee tanto che è difficile per noi distinguere uomini, zombie e manichini.

creepshow

Nel 1982 Romero gira Creepshow con la collaborazione di Stephen King. Il film a episodi è ispirato ai fumetti degli anni 50 della Ec comics. Fumetti horror di grande successo tra gli adolescenti e più volte sottoposti a censure e campagne per farli ritirare dal commercio (campagne che posero fine alla pubblicazione dei fumetti alla fine degli anni 50), molto amati da King. Il grande scrittore compare come sceneggiatore e come attore in uno degli episodi. Un po’ a sé nella storia del regista questo film riesce a recuperare lo spirito di quei fumetti, il loro humour nero e beffardo.

il giorno degli zombi

Nel 1985 Romero conclude la sua trilogia degli zombie con Il giorno degli zombi. Anche qui ci troviamo alle prese con un gruppo di rifugiati divisi tra militari e scienziati. Si nascondono sotto terra in una base autosufficiente e mentre gli scienziati tentano di studiare i morti viventi alla ricerca di una soluzione, compresa quella di rieducare gli zombie per spingerli a diventare più docili, i militari hanno l’unico scopo di ammazzare più zombie possibili e di far fuori anche i civili che si oppongono al loro disegno di sterminio. Nel film si precisa meglio ancora l’idea che gli zombie non siano i mostri, i cattivi, e che il potere ha solo lo scopo di compiacersi di se stesso. L’equilibrio faticosamente costruito all’interno della base si rompe quando i militari scoprono gli esperimenti di uno degli scienziati che tenta con successo di risvegliare quel poco di umanità e di ricordi che restano nei morti. Il sadismo, la crudeltà, la sete di sangue sono attributi solo degli uomini, i morti sono spinti solo dalla fame.

la terra dei morti viventi

Negli anni successivi Romero passa da un flop all’altro. Salto questi anni di decadenza per parlarvi del primo episodio della seconda e ultima trilogia sui morti viventi: La terra dei morti, 2005.

In questo film ancora una volta Romero divide uomini e zombie. Gli zombie restano fuori dalla comunità che resiste all’interno di un ghetto che si raccoglie attorno a un palazzo di lusso super protetto. I poveri vivono nel ghetto divisi dai morti solo da un fiume, i ricchi vivono nel palazzo.  L’essenza del film è rappresentata dall’evoluzione degli zombie già preannunciata nell’ultimo capitolo della prima trilogia. Lo zombie comincia a capire, a prendere coscienza. Il primo zombie che capisce è questo benzinaio, Big daddy, che forma il suo esercito di morti e marcia verso il palazzo. Mentre l’esercito dei morti attraversa il fiume intanto il sistema implode e i morti avranno gioco facile. Il film finisce con i buoni del film che risparmiano gli zombie limitandosi a fuggire in Canada e con i morti viventi che distrutto il palazzo marciano per trovare un loro posto.

Il film ebbe molte critiche negative per l’esplicita critica politica e sociale all’America di quei tempi, alla lotta al terrorismo, all’imperialismo americano e al capitalismo. E’ vero che nei precedenti film la critica sociale era più efficace perché era il carburante che nutriva le fiamme della creatività, mentre qui è l’impalcatura, tuttavia questo film si fa apprezzare per il seme lanciato da Romero nel genere zombie. Seme che nessuno ha coltivato. Continuano a uscire film sui morti viventi, morti che vengono rappresentati come mostri che assediano i buoni umani, mostri senza coscienza, affamati di carne umana. Non c’è traccia di politica. L’horror è di nuovo intrattenimento da baraccone. E il cinema indipendente horror è sempre più relegato negli scantinati del web.

George Romero è morto, senza eredi, il 16 Luglio del 2017, Rest in peace maestro. I  love zombie.

 

 

 

 

 

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